Scarcerazione di Moretti: L’Indignazione Italiana tra Giustizia Svizzera e Silenzi sul Ponte Morandi
di Nico Colani
In questi giorni, l’Italia è in subbuglio per la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, proprietario della discoteca “Le Constellation” a Crans-Montana, in Svizzera, coinvolto in una tragica strage che ha causato numerose vittime, molte delle quali italiane. La decisione del Tribunale di Sion ha scatenato proteste diplomatiche, con il governo italiano che ha richiamato l’ambasciatore svizzero e annunciato richieste formali di spiegazioni. Eppure, mentre l’opinione pubblica si indigna per quella che appare come una “giustizia troppo morbida” oltreconfine, emerge un parallelo scomodo: in Italia, a oltre sette anni dal crollo del Ponte Morandi a Genova, che costò la vita a 43 persone, il processo è ancora in corso e nessuno degli imputati è finito in carcere per quel disastro. Un confronto che invita a riflettere su indignazioni selettive e ritardi giudiziari.
Il Caso di Crans-Montana: Una Scarcerazione Controversa
La strage di Crans-Montana risale a un drammatico incendio nella discoteca “Le Constellation”, di proprietà di Jacques Moretti, che ha provocato decine di vittime, tra cui molti turisti italiani. Moretti è stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo plurimo e violazioni alle norme di sicurezza, ma venerdì scorso il Tribunale vallesano per i provvedimenti coercitivi ha disposto la sua scarcerazione su cauzione, nonostante il parere contrario della Procura. La cauzione, pagata da un “caro amico”, ha permesso a Moretti di tornare nella sua villa vicino a Crans-Montana, dove ora è “assediato” da giornalisti e proteste.
La procuratrice svizzera ha chiarito: “Non ho scarcerato io Moretti”, sottolineando che la decisione spetta al giudice e non alla politica. In Svizzera, la scarcerazione su cauzione è una pratica consolidata per reati non violenti, purché non vi sia rischio di fuga o inquinamento delle prove. Tuttavia, l’Italia vede in questa mossa un tentativo di “insabbiare” l’inchiesta, forse per proteggere interessi locali legati al turismo nella rinomata località sciistica. Il presidente svizzero ha replicato: “La politica non interferisca”, ribadendo l’indipendenza della magistratura elvetica.
La Reazione Italiana: Da Meloni a Tajani, un Fronte Unito
Il governo italiano non ha tardato a reagire. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la scarcerazione “inaccettabile” e un’offesa al popolo italiano colpito dal dramma. Ha richiamato l’ambasciatore svizzero per consultazioni e annunciato una protesta formale. Anche la premier Giorgia Meloni ha espresso “rabbia e dolore enormi”, parlando di una decisione che ferisce le famiglie delle vittime. L’Italia ha anche esercitato pressioni sui pm svizzeri, chiedendo chiarimenti sulle indagini che potrebbero estendersi al Comune di Crans-Montana per mancati controlli sulle norme di sicurezza.
Questa indignazione collettiva ha attraversato i confini politici, unendo destra e sinistra in una critica unanime alla Svizzera. Ma è proprio qui che emerge l’ipocrisia: mentre Roma punta il dito contro Berna, a casa propria la giustizia procede a rilento su tragedie altrettanto gravi.
Il Ponte Morandi: Un Processo Infinito Senza Carceri
Il 14 agosto 2018, il crollo del Ponte Morandi a Genova causò 43 morti e oltre 500 sfollati, un disastro imputato a negligenze nella manutenzione da parte di Autostrade per l’Italia (Aspi) e della sua controllata Spea. Il processo, che coinvolge 57 imputati tra ex dirigenti, tecnici e la società stessa, è ancora in fase di discussione. A ottobre 2025, la Procura ha chiesto pene pesanti: 18 anni e 6 mesi per l’ex AD Giovanni Castellucci, accusato di aver gestito l’azienda come “la gallina dalle uova d’oro”, privilegiando profitti sulla sicurezza. In totale, quasi 400 anni di carcere richiesti, ma ad oggi – gennaio 2026 – non c’è stata alcuna sentenza definitiva, e nessuno è in prigione per questo specifico reato.
Castellucci è detenuto nel carcere di Opera, ma per una condanna definitiva legata a un altro disastro, la strage del bus di Avellino nel 2013. Per il Morandi, il dibattimento continua: a dicembre 2025, si prevedeva una sentenza dopo l’estate 2026, ma i ritardi accumulati – tra prescrizioni di reati e complessità delle prove – hanno deluso le famiglie delle vittime. Egle Possetti, portavoce del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, ha espresso indignazione per le lezioni tenute in aula da imputati come il professor Brencich, definendole “offensive”. Intanto, come sottolinea un testimone al processo, “il crollo non è servito a nulla: le autostrade continuano a essere pericolose”.
Un Confronto Scomodo: Indignazioni Selettive e Lezioni da Imparare
L’indignazione per Moretti è legittima: le famiglie delle vittime meritano giustizia rapida e trasparente. Ma perché tanto clamore per una scarcerazione legale in Svizzera, quando in Italia il processo Morandi si trascina senza condanne? Forse perché puntare il dito all’estero distrae dai fallimenti interni. La Svizzera applica le sue leggi con rigore, mentre l’Italia combatte con una giustizia lenta, dove reati complessi come quelli societari spesso sfociano in prescrizioni.
Questo doppio standard rischia di minare la credibilità delle proteste italiane. Come ha sottolineato il dibattito diplomatico tra Tajani e il suo omologo svizzero, i due Paesi devono collaborare, non scontrarsi. Forse è tempo che l’Italia acceleri i suoi processi, per non dover invidiare la “efficienza” altrui – anche quando appare troppo clemente.
In conclusione, la scarcerazione di Moretti non è un “insabbiamento”, ma un’applicazione di norme svizzere che l’Italia deve accettare, pur criticandole. Allo stesso tempo, l’indignazione dovrebbe spingere a guardare in casa propria: solo così si onoreranno davvero le vittime di entrambe le tragedie.









