Quando c’era il Carosello
di Nico Colani

Premetto che non guardo spesso la televisione: la accendo distrattamente, magari a pranzo o a cena, giusto per fare un po’ di compagnia al piatto. L’altra sera, però, mi è capitato di incrociare l’inizio di un film-tv intitolato Carosello in Love. Una specie di favola moderna su come la pubblicità possa trasformarsi in una storia d’amore. Ne ho visti sì e no dieci minuti, ma sono bastati per riportarmi indietro di colpo.
Ho rivisto nella mente la nostra vecchia televisione a valvole, quella specie di mobile-barricata che occupava mezzo salotto: profonda, pesante, con l’oblò minuscolo e l’immagine in bianco e nero che tremolava ogni volta che passava un motorino in strada. Provate a farla vedere oggi a un ragazzino abituato agli schermi sottili come ostie: non ci crederebbe. Per lui sarebbe fantascienza al contrario.
Sì, la tecnologia ha fatto miracoli: oggi abbiamo cinema in casa, immagini perfette, schermi grandi come pareti e spessi due dita. Ma se il progresso dell’immagine è stato un balzo in avanti, quello della pubblicità mi pare un gigantesco passo indietro.
Ricordo il Carosello come si ricorda un amico di infanzia. Arrivava alle 20:50 in punto, e in casa calava il silenzio: non si parlava, non si rispondeva al telefono, non si andava in bagno. Era sacro. E non perché vendesse olio, caffè o carne in scatola (anche se lo faceva), ma perché lo faceva con grazia, ironia, poesia. C’era Gringo che litigava col cactus, Nino Manfredi che mangiava spaghetti come solo lui sapeva fare, Virna Lisi che sciacquava i capelli e diceva «Con quella schiuma…», Franco e Ciccio che distruggevano tutto ridendo, i Brutos che facevano morire dal ridere noi bambini con le loro facce di gomma. Persino il coniglio bianco della Lines o Carmencita con il caffè Paulista avevano una loro dolcezza irresistibile.
Erano mini-spettacoli di due minuti e mezzo, spesso diretti da grandi registi (da Luciano Emmer a Pupi Avati, da Age & Scarpelli a Cesare Zavattini), con attori veri, musiche indimenticabili, battute che entravano nel linguaggio quotidiano. Ti affezionavi al prodotto quasi per sbaglio, perché prima ti eri affezionato alla storia.Oggi invece la pubblicità è un martello pneumatico. Ti interrompe ogni sette-otto minuti, alza il volume di colpo (pratica legalissima, purtroppo), ti sbatte in faccia slogan urlati e immagini frenetiche. Risultato? La odiamo tutti. E, paradossalmente, la ricordiamo sempre meno. Le aziende pagano cifre folli per spot che la gente salta col telecomando o col “skip ad” di YouTube. Che senso ha?
Io sogno un ritorno del Carosello. Non identico, chiaro: i tempi sono cambiati. Ma qualcosa che riporti rispetto per lo spettatore, che trasformi di nuovo i 90 secondi di pubblicità in un piccolo regalo invece che in una violenza acustica. Possibile che non si riesca più a vendere un dentifricio facendoci sorridere invece di assordarci?
La vera storia del Carosello
Il Carosello nacque ufficialmente il 3 febbraio 1957 alle ore 20:50, sulla neonata Programma Nazionale (l’attuale Rai 1). L’idea venne al ministro del Turismo e dello Spettacolo Onorato Caffe (sì, si chiamava proprio così), che voleva dare alla nascente televisione pubblica italiana un contenitore pubblicitario “educativo e morale”, che non disturbasse le famiglie e soprattutto i bambini.
All’epoca in Italia c’era una sola rete, trasmetteva poche ore al giorno e finiva presto. La pubblicità pura e dura era vista con sospetto: sembrava americana, volgare, invadente. Così si trovò la formula geniale: ogni messaggio commerciale vero e proprio non poteva durare più di 30 secondi (poi diventati 45), e doveva essere preceduto da uno sketch di almeno 1 minuto e 45 secondi di puro intrattenimento, senza riferimenti espliciti al prodotto. Il tutto chiuso dalla famosa sigla con le note di “Oh, che bel Carosello!”.Il nome “Carosello” fu scelto perché evocava il girotondo, il gioco, la festa. E funzionò alla grande: già nel primo anno gli ascolti schizzarono, e le aziende si misero in coda. Durò esattamente 20 anni: l’ultima puntata andò in onda il 1º gennaio 1977.
Perché finì? Due motivi principali:
- L’arrivo delle televisioni private (1974-76): con l’apertura del mercato, le emittenti commerciali non avevano più vincoli così rigidi e cominciarono a inserire pubblicità dove e quanto volevano.
- I costi diventati insostenibili: uno sketch di Carosello costava quanto un cortometraggio d’autore. Con l’inflazione degli anni ’70 e la concorrenza, le aziende preferirono spot più brevi e diretti.
Il 1º gennaio 1977 Calimero disse l’ultima frase («A me piacciono le cose fatte bene…») e lo schermo si spense su un’epoca. Da allora la pubblicità italiana non è più stata la stessa.
Chissà, magari un giorno qualcuno avrà il coraggio di riportare un po’ di quella magia. Io ci spero ancora. E tu?








