Lo spreco sistematico nell'industria della moda: perché bruciare o buttare invece di donare?

Lo spreco sistematico nell’industria della moda: perché bruciare o buttare invece di donare?

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di Nico Colani –
Ogni secondo, in media, un camion pieno di vestiti finisce in discarica o viene incenerito da qualche parte nel mondo. È una statistica choc che evidenzia il paradosso del fast fashion e del lusso: produciamo oltre 100 miliardi di capi all’anno – abbastanza per vestire l’intera umanità diverse volte – eppure una quota significativa non viene mai indossata. In Europa, tra il 4% e il 9% dei tessili invenduti viene distrutto prima ancora di arrivare sugli scaffali o nelle mani dei consumatori, generando circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ equivalenti all’anno (pari alle emissioni nette della Svezia di qualche anno fa).

Perché le aziende scelgono di distruggere (bruciando o mandando in discarica) invece di donare a popolazioni bisognose, riciclare o semplicemente produrre meno?

Le ragioni dietro questa pratica (spesso poco sostenibile)

1. Protezione del valore del brand e dell’esclusività

Soprattutto nel lusso (ma non solo), il valore percepito si basa sulla scarsità. Se capi invenduti finissero a prezzi stracciati nei negozi di seconda mano, outlet o donati in massa, rischierebbero di “democratizzare” troppo il marchio. Un consumatore ricco potrebbe pensare: «Se lo indossa chiunque, perché pagare il prezzo pieno?». Marchi di alto livello hanno storicamente preferito distruggere piuttosto che vedere i loro prodotti “declassati” o rivenduti sul mercato grigio (canali non autorizzati).

2. Evitare il cannibalismo delle vendite e il mercato secondario incontrollato

Donare o scontare massicciamente può competere con le vendite regolari. Inoltre, capi donati o venduti cheap possono finire su piattaforme di resale online come “nuovi”, minando il controllo sul prezzo e sull’immagine.

3. Aspetti logistici e economici

Donare richiede organizzazione: trasporto, selezione, distribuzione a enti benefici, controlli qualità (per evitare che capi difettosi creino problemi). Bruciare o smaltire è spesso più semplice e veloce. In alcuni paesi (come gli USA in passato), distruggere permetteva anche vantaggi fiscali (write-off o rimborsi doganali su importazioni), rendendolo paradossalmente più conveniente di una donazione.

4. Overproduction strutturale del fast fashion

Il modello fast fashion (collezioni velocissime, trend che cambiano ogni poche settimane) porta a previsioni di vendita imprecise e sovrapproduzione. È più economico produrre in eccesso e distruggere l’invenduto che rischiare stock-out e perdere vendite.

Il risultato? Decine di milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, inquinamento da microplastiche, emissioni enormi e un’occasione persa per aiutare chi ne ha bisogno.

L’Europa cambia le regole: il Regolamento ESPR

Proprio per contrastare questa logica “usa e getta”, l’Unione Europea ha adottato misure concrete. Il 9 febbraio 2026 la Commissione ha finalizzato gli atti delegati e di esecuzione nell’ambito del Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), entrato in vigore nel 2024.

Le novità principali:

– Divieto di distruzione degli indumenti, accessori e calzature invenduti (o restituiti dai consumatori).

Le aziende non potranno più bruciarli o buttarli come pratica standard. Dovranno privilegiare riutilizzo, riciclo, rivendita, rigenerazione o donazioni.

– Obbligo di trasparenza — Le imprese dovranno comunicare annualmente i volumi di prodotti invenduti scartati e le modalità di smaltimento, con un formato standardizzato per semplificare (la divulgazione parte già per le grandi aziende, obbligo pieno dal 2027).

– Tempistiche — Il divieto scatterà per le grandi imprese dal 19 luglio 2026. Le medie aziende avranno tempo fino al 2030. Piccole e microimprese sono esentate.

– Deroghe limitate — La distruzione sarà ancora permessa solo in casi eccezionali (prodotti danneggiati, rischi per la salute/sicurezza), ma sotto stretta vigilanza delle autorità nazionali.

L’obiettivo dichiarato è duplice: ridurre drasticamente sprechi e emissioni, e livellare il campo per le aziende che già adottano modelli circolari (donazioni, riciclo creativo, produzione su richiesta). Come ha detto la commissaria Jessika Roswall, il tessile è in prima linea nella transizione verde, ma servono regole chiare per eliminare le cattive pratiche.

E le donazioni ai popoli bisognosi?

Donare sarebbe ideale: capi nuovi potrebbero aiutare comunità in difficoltà, riducendo anche l’impatto sociale. Ma la realtà è complessa: molti paesi in via di sviluppo sono già sommersi da abiti di seconda mano (spesso di qualità bassa dal fast fashion), che danneggiano le industrie tessili locali. Inoltre, donare richiede coordinamento per evitare che diventi un altro modo di “esportare rifiuti”. La soluzione più efficace resta a monte: produrre meno e meglio, puntando su durabilità, materiali riciclati e modelli circolari.

Con le nuove regole UE dal luglio 2026, le grandi aziende dovranno ripensare completamente la gestione dell’invenduto. È un’opportunità per passare da uno spreco sistematico a un’economia più responsabile – ma servirà vigilanza affinché non si tratti solo di ecologismo di facciata.

Che ne pensi? Credi che queste norme basteranno a cambiare davvero il settore, o serve un intervento più radicale sul modello di business?

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