L’auto per pochi. Quando la transizione green diventa elitaria
di Nico Colani, osservatore indipendente
In un’epoca dominata dal racconto della crisi climatica, del risparmio energetico, della riduzione dei rifiuti e della “giusta transizione”, emerge un paradosso sempre più evidente. Le stesse voci che invocano sacrifici collettivi per salvare il pianeta stanno contribuendo a un futuro in cui l’automobile – per oltre un secolo simbolo di libertà, indipendenza e progresso sociale – rischia di trasformarsi in un bene di lusso riservato a una minoranza abbiente.
L’ultima conferma arriva dal Gruppo Volkswagen, con il piano shock annunciato il 10 luglio 2026.
Il taglio storico di Volkswagen
Il colosso di Wolfsburg ha svelato una riorganizzazione radicale: taglio fino al 50% della gamma di modelli, riduzione delle varianti fino al 75% e abbassamento della capacità produttiva globale da 12 a 9 milioni di vetture all’anno. Le prime vittime designate sono proprio le utilitarie storiche, i modelli di segmento A e B, le auto piccole ed economiche che hanno motorizzato generazioni di classe media europea.
Non si tratta di un caso o di una semplice razionalizzazione. Adeguare una citycar da 18-22 mila euro alle severe normative UE su emissioni, sicurezza attiva (ADAS obbligatori), crash test e piattaforme elettrificate richiede costi tecnologici elevatissimi. Su un’utilitaria questi costi azzerano il margine di profitto. Su un SUV di fascia media-alta o su un modello premium, gli stessi contenuti diventano invece altamente remunerativi.
Volkswagen non fa eccezione: l’intero settore sta compiendo lo stesso spostamento strategico, dal modello “volume” (tante auto a prezzi accessibili) al modello “valore” (meno auto, ma con margini molto più alti). È la famosa svolta “value over volume” dichiarata da anni dal Gruppo.
La logica implacabile
Su un’utilitaria il guadagno per il costruttore è già risicato. Aggiungere radar, telecamere, frenata automatica, filtri anti-inquinamento avanzati e batterie (nel caso elettrico) rende il prodotto antieconomico. Meglio concentrarsi su veicoli più grandi e cari, dove il cliente finale “assorbe” volentieri quei costi extra.
Il risultato è matematico e sociale: l’auto nuova si allontana progressivamente dalla portata della classe media. Chi ha un reddito medio-basso verrà spinto verso il mercato dell’usato (che però invecchierà e diventerà più costoso da mantenere), verso il car-sharing, i trasporti pubblici o, nelle città, semplicemente la bicicletta e i piedi. Il “popolo a pedali” non è più solo una battuta.
L’ipocrisia della retorica green
Qui sta il nodo più spinoso della tua osservazione, che condivido pienamente. Si predica austerità, riduzione delle emissioni e giustizia sociale, ma le politiche concrete – obiettivi CO₂ sempre più stringenti per le flotte, divieto di vendita delle termiche dal 2035, standard di sicurezza e assistenza alla guida sempre più pesanti – penalizzano proprio le auto leggere, semplici ed economiche.
Paradossalmente, si finisce per incentivare veicoli più pesanti, più grandi e più costosi (anche se elettrici). Un’auto elettrica grande consuma più energia per produrla e per spostarla rispetto a una piccola e leggera. Ma le prime sono più profittevoli.
Non è una cospirazione, è la combinazione letale di:
– Normative europee costosissime
– Necessità di redditività delle case automobilistiche
– Competizione agguerrita (soprattutto cinese) sul segmento basso
Conseguenze per la società
Stiamo assistendo a una silenziosa elitizzazione della mobilità privata. L’auto nuova diventerà progressivamente un bene per redditi medio-alti o alti. La classe media dovrà accontentarsi di soluzioni alternative o di auto usate sempre più vecchie. Nelle città europee, dove lo spazio è limitato e le ZTL si moltiplicano, il possesso dell’auto rischia di diventare un privilegio.
Questo processo non riguarda solo Volkswagen: quasi tutte le case europee stanno seguendo la stessa strada. Nel frattempo, i produttori cinesi invadono il mercato con EV economiche, evidenziando quanto le scelte regolatorie occidentali stiano rendendo l’Europa meno competitiva proprio sul segmento più popolare.
Una transizione sostenibile?
La mia analisi è fantascienza?: è realtà documentata dai piani industriali. Se l’obiettivo è davvero ridurre le emissioni senza lasciare indietro intere fasce sociali, servono correzioni urgenti: incentivi mirati per auto piccole ed efficienti, semplificazione selettiva di alcune norme, promozione di ibride accessibili e non solo full-electric premium.
Altrimenti, sotto la bandiera verde, rischiamo di realizzare una mobilità a due velocità: chi può permettersi l’auto nuova (elettrica o no) e chi resta a pedali o in coda sui mezzi pubblici.
L’automobile ha democratizzato la libertà di movimento nel Novecento. Sarebbe un paradosso storico se, nel nome della sostenibilità, diventasse nel XXI secolo uno status symbol per élite.
La transizione ecologica non può e non deve significare regressione sociale. Altrimenti non sarà né green, né giusta.









