Il suolo che scompare: tra logistica selvaggia e campagne sacrificate
In Italia il consumo di suolo continua a correre, spesso più veloce della capacità delle istituzioni di governarlo. Campi agricoli che per decenni hanno rappresentato non solo una risorsa economica, ma anche un elemento identitario del paesaggio, vengono progressivamente sostituiti da distese di cemento e pannelli fotovoltaici installati senza pianificazione organica, capannoni industriali sovradimensionati e talvolta inutilizzati, nuove abitazioni costruite senza una reale necessità abitativa. Il risultato è un territorio che perde la propria vocazione, snaturato da interventi frammentari e spesso scollegati da una visione strategica complessiva.
Uno degli esempi più emblematici di questa deriva si trova in Piemonte, alle porte della città di Alessandria. Qui, in particolare nell’area di San Michele e tra Spinetta Marengo e Castelceriolo, si sta consumando una trasformazione profonda e, per molti versi, irreversibile. Anche tra Castellazzo Bormida e Borgoratto no si scherza con i capannoni.
Intere superfici agricole vengono cancellate per lasciare spazio a nuovi poli logistici. Dove un tempo si coltivavano grano, mais e barbabietole, oggi sorgono capannoni che si moltiplicano “come funghi”, accompagnati da parcheggi enormi e piazzali impermeabilizzati. Non si tratta solo di un cambiamento paesaggistico: è una vera e propria sostituzione di funzione del territorio.
A rendere il quadro ancora più critico è l’assenza di adeguamenti infrastrutturali. Le strade sono rimaste quelle di sempre: strette, spesso dissestate, progettate per un traffico locale e non certo per il continuo passaggio di mezzi pesanti. Oggi, invece, camion e autoarticolati attraversano quotidianamente queste vie, generando congestione, rumore e inquinamento.
Le conseguenze si riflettono direttamente sulla qualità della vita dei residenti. Nei piccoli centri e nelle frazioni, muoversi a piedi o in bicicletta è diventato sempre più difficile e pericoloso. Le abitudini quotidiane cambiano: si rinuncia a una passeggiata, si evita di far uscire i bambini in strada, si limita l’uso degli spazi pubblici. È un lento ma evidente deterioramento del tessuto sociale. Il problema, però, non riguarda solo Alessandria. Quello che accade qui rappresenta una fotografia, forse più evidente, di un fenomeno nazionale. L’Italia continua a consumare suolo agricolo a un ritmo preoccupante, spesso senza una reale necessità produttiva o abitativa, ma inseguendo logiche speculative o opportunità economiche di breve periodo.
Anche il tema delle energie rinnovabili, fondamentale per la transizione ecologica, rischia di diventare parte del problema quando non viene governato con criteri di sostenibilità territoriale. L’installazione indiscriminata di impianti fotovoltaici su terreni agricoli fertili, anziché su aree industriali dismesse o superfici già compromesse, contribuisce ulteriormente alla perdita di suolo produttivo.
Serve un cambio di paradigma. Pianificare significa scegliere, e scegliere implica anche dire dei “no”. Difendere il suolo agricolo non è un atto nostalgico, ma una necessità strategica: per la sicurezza alimentare, per l’equilibrio ambientale, per la qualità della vita delle comunità.
Se non si interviene con decisione, il rischio è quello di consegnare alle generazioni future un Paese dove, al posto dei campi, cresceranno soltanto capannoni vuoti e distese di asfalto. E dove, al posto del paesaggio, resterà soltanto il rumore del traffico. Per Alessandria sarà tema della campagna elettorale per le prossime amministrative?









