Il gelso, una storia, un simbolo di casa nostra
La storia di una famiglia alessandrina, tra gelsi, bachicoltura e filande
Era mattina presto, di quelle mattine in cui la pianura alessandrina sembra trattenere il respiro prima che il sole inizi a scaldare davvero la terra. L’aria era ancora fresca, intrisa di umidità, e i campi si stendevano silenziosi come un mare immobile. Camminavo senza fretta lungo una strada semplice, quando li vidi: i gelsi. Allineati come sentinelle antiche, con i tronchi nodosi e le chiome ancora dense di foglie, sembravano custodire segreti che nessuno aveva più il tempo di ascoltare. Ma quel giorno non erano lì solo per farsi ammirare. C’era qualcosa di diverso. Segni sulla corteccia, rami già spogliati qua e là, e più in là, appoggiata a un fosso, una motosega. Compresi subito che sarebbero stati tagliati.Mi fermai e rimasi immobile, come se dovessi chiedere il permesso per respirare. Guardavo quei gelsi e sentivo salire dentro una nostalgia difficile da spiegare, come se qualcuno stesse per cancellare una pagina intera della mia vita. Non erano solo alberi, erano parte della mia storia. Erano memoria, una parte di noi e la storia della mia città e comunità.
Un tempo, nella pianura alessandrina, i gelsi erano ovunque, segnavano i confini dei campi, disegnavano linee ordinate tra le proprietà, creando filari vivi che separavano senza dividere davvero. Erano utili e belli. Davano ordine al paesaggio e lo rendevano riconoscibile e familiare.La memoria mi riporta dapprima a mio nonno, perché il gelso faceva ombra e i contadini si fermavano sotto quei rami nelle ore più calde, togliendosi il cappello e asciugandosi la fronte. I gelsi offrivano un rifugio semplice ma prezioso, un attimo di tregua tra una fatica e l’altra. Non chiedevano nulla, e davano tutto. Ma il gelso dava anche i suoi frutti che chiamo i moroni per distinguerli dalle more. Il vero nome è comunque more del gelso, di cui andavo e vado ghiotto.Ce n’erano di neri, succosi e intensi, che ti macchiavano le dita e le labbra, e di bianchi, più delicati, dolcissimi. Furono proprio quelli neri a riportarmi indietro, in un attimo, a quando ero bambino. Ricordo ancora le mani sporche di terra mentre allungavo il braccio tra i rami bassi per raccoglierli. Li mangiavo lì, senza lavarli, uno dopo l’altro, come fossero caramelle della natura. Erano così dolci che sembrava impossibile che crescessero su un albero. Inoltre mia madre ne faceva una gustosa e dolce conserva che se non spalmavo sul pane, rubavo a cucchiaiate dai vasetti. Il profumo riempiva la cucina, il colore scuro, rosso rubino, e aveva quel sapore che non ho più ritrovato da nessuna parte. Era una dolcezza diversa, piena, vera. Non era solo cibo, era casa. Eppure, da bambino, c’era anche qualcosa che mi metteva inquietudine ed erano i calabroni e le vespe. Erano ghiottissimi del succo zuccherino dei moroni e ronzavano instancabili attorno ai frutti maturi, attirate da quella dolcezza irresistibile. Li vedevo girare tra i rami, posarsi, ripartire, con quel suono secco e nervoso che metteva soggezione. Inoltre amavano fare il loro nido nel tronco cavo di alcuni gelsi. A volte esitavo, con la mano sospesa a mezz’aria, combattuto tra la voglia di afferrare quel frutto e la paura di essere punto. Era una piccola sfida, ogni volta. Un rispetto istintivo per quella natura che sapeva essere generosa, ma anche da avvicinare con cautela. Ma i gelsi non erano solo questo, erano anche lavoro ed economia.
Le loro foglie grandi, larghe, carnose, erano il nutrimento del baco da seta. Senza i gelsi, la bachicoltura non avrebbe potuto esistere e senza la bachicoltura, tante famiglie della nostra terra non avrebbero avuto di che vivere. Ricordo i racconti dei nonni, degli zii, e soprattutto di mia madre. Lei era andata a lavorare in filanda, a Castelceriolo, quando era ancora molto giovane. Mi parlava del rumore costante dei macchinari, del caldo, della fatica, ma anche delle risate, delle amicizie, della vita che si costruiva giorno dopo giorno. Sembra un tempo lontano, ma che continua a vivere nei racconti di famiglia, nei silenzi pieni di significato e nei ricordi che si tramandano quasi sottovoce. Cestelceriolo era un paese che allora profumava di lavoro e di quotidianità, scandito dai ritmi della filanda. Non erano anni facili, ma erano anni veri, fatti di sacrifici, di dignità e di speranze tenute strette nel cuore. Un ricordo, una dolce nostalgia: quella di un tempo in cui tutto sembrava più semplice, ma forse proprio per questo più autentico. Pensai a tutto questo mentre guardavo quei gelsi destinati a sparire. Non stavano solo tagliando degli alberi. Stavano interrompendo un legame. Stavano cancellando una memoria collettiva fatta di lavoro, di sacrificio, di famiglia. E la cosa che faceva più male era sapere che quei gelsi avrebbero potuto vivere ancora. Avevano almeno Centocinquant’anni, ed avevano visto generazioni passare sotto i loro rami e avrebbero potuto vederne altre. Invece non gli era permesso, nel nome dell’economia globalizzata. Il progresso, dicono sia la vera necessità.Forse è vero, ma qualcosa si perde sempre. Restai lì ancora qualche minuto, in silenzio. Poi allungai una mano e toccai la corteccia di uno di loro. Era ruvida, viva, un gesto come a chiedergli scusa. Mi venne da pensare che, se proprio devono essere tagliati, almeno dovremmo avere il coraggio e il rispetto di ripiantarli. Non per nostalgia sterile, ma per continuità. Per dare a chi verrà dopo di noi la possibilità di conoscere ciò che noi abbiamo avuto. Immaginai viali di gelsi nuovi, piantati lungo strade di campagna, nei parchi, nei luoghi pubblici. Gelsi che tornano a segnare confini, a fare ombra, a donare frutti. Gelsi che raccontano una storia, la nostra. Quando ripresi a camminare, il sole iniziava a salire. I gelsi erano ancora lì, immobili, ignari del destino imminente, o forse lo sapevano e lo accettavano con la dignità silenziosa che solo gli alberi possiedono. Io invece non riesco ad accettarlo senza sentire, dentro, un piccolo dolore. Perché in quei tronchi contorti, in quelle foglie larghe, in quei frutti dimenticati… c’è una parte di me. E vederla cadere, anche solo con il rumore secco di una motosega, è come perdere qualcosa che non tornerà più. Tornando a casa uno sguardo all’ex filanda di Castelceriolo per poi cercare un vecchio quadretto in cui erano incorniciate due foto della filanda e della bachicoltura di Castelceriolo. Come vorrei poter interrogare i gelsi, sulla loro storia e della filanda, visto che non posso più farlo con i miei cari.








