Il Caso Siska

Il Caso Siska: Quando la Depressione Diventa una Condanna a Morte Legale in Belgio

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di Nico Colani

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“Bruxelles, 7 novembre 2025” – In un paese all’avanguardia sull’eutanasia, ma anche al centro di accesi dibattiti etici, una giovane donna belga di 26 anni ha scelto di porre fine alla propria vita a causa di una sofferenza psicologica insopportabile. Si chiama Siska De Ruysscher, e la sua storia – resa pubblica nelle ultime settimane – sta scuotendo l’opinione pubblica europea. Approvata dalle autorità sanitarie del Belgio, l’eutanasia per Siska è prevista proprio in questi giorni di novembre, segnando un ennesimo capitolo nel controverso capitolo dell’assistenza al suicidio per disturbi mentali.

Siska, originaria di una tranquilla cittadina fiamminga, ha iniziato la sua battaglia contro la depressione all’età di soli 13 anni. “Volevo morire già allora”, ha raccontato in interviste recenti, rivelando un calvario fatto di tentativi di suicidio, terapie intensive e anni di cure psichiatriche che non hanno mai attenuato il suo dolore interiore. Nonostante il sostegno della famiglia e degli amici – e un amore che, come lei stessa ha ammesso, “mi ha fatto sentire viva per un po’” – Siska ha deciso che bastava. “Ho provato ogni terapia immaginabile, ma è finita. Scelgo l’eutanasia”, ha dichiarato con fermezza, in un messaggio che ha commosso e diviso l’opinione pubblica.

Il Belgio, uno dei primi paesi al mondo a legalizzare l’eutanasia nel 2002 (estesa poi ai minori nel 2014), permette questa pratica anche per “sofferenza psicologica insopportabile” causata da disturbi psichiatrici, purché sia ritenuta irreversibile da un team di medici specialisti. Nel caso di Siska, la Commissione Federale di Controllo e Valutazione sull’Eutanasia ha dato il via libera dopo un lungo iter, confermando che la giovane non soffriva di alcuna malattia fisica terminale, ma di un quadro depressivo cronico che la rendeva incapace di godere della vita. Wim Distelmans, professore alla Vrije Universiteit Brussel e presidente della commissione, ha difeso la decisione: “La legge belga tutela il diritto all’autodeterminazione, anche nei casi di sofferenza mentale profonda”.

La storia di Siska non è isolata. In Belgio, dal 2002 ad oggi, oltre 3.000 eutanasie sono state approvate per motivi psichiatrici, con un aumento del 20% negli ultimi anni. Casi simili hanno fatto scalpore in passato: nel 2015, una donna di 24 anni, altrimenti in buona salute, ottenne il diritto di morire per depressione; più recentemente, nel 2022, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha criticato il Belgio per una revisione insufficiente in un caso di eutanasia su una donna depressa di 64 anni, pur confermando la legittimità della legge. Critici, tra cui associazioni cattoliche e bioeticisti, denunciano un “pendio scivoloso”: “Cosa succederà quando la depressione, spesso curabile con il tempo e il supporto, diventerà un passepartout per la morte assistita?”, si chiedono.

Mentre Siska si prepara a dire addio, la sua vicenda riecheggia oltre i confini belgi. In Olanda, un caso analogo ha visto una donna di 29 anni ottenere l’approvazione per eutanasia nel 2024 per “sofferenza mentale insopportabile”. In Canada, dove il “Medical Assistance in Dying” (MAiD) è legale dal 2016, le richieste per motivi psichiatrici sono in aumento, sollevando interrogativi su confini etici e medici.

La scelta di Siska solleva una domanda universale: fino a che punto lo Stato deve spingersi per garantire la “libertà di morire”? La sua storia, intrisa di dolore e resilienza, invita a riflettere su un mondo dove la salute mentale è ancora un tabù, e dove la compassione rischia di confondersi con la resa.

Una Considerazione Personale: Libertà o Risparmio Mascherato?

Il caso di Siska mi ha colpito profondamente, e non solo per la sua tragicità. Mentre in Italia Marco Cappato – l’attivista dell’Associazione Luca Coscioni, prosciolto nel 2019 per il suicidio assistito di Dj Fabo e ora di nuovo sotto processo per un altro caso – continua a spingere per una legge sull’eutanasia che estenda i diritti a chi soffre di malattie inguaribili o psichiatriche, non posso fare a meno di vedere, a livello globale, un retroscena che va oltre la retorica della “libertà individuale”.

Sì, Cappato e i suoi sostenitori parlano di autodeterminazione, di fine della sofferenza, e hanno ragione nel denunciare un sistema sanitario italiano che spesso lascia soli i malati terminali. Ma guardiamo oltre: in paesi come il Belgio, l’Olanda o il Canada, dove l’eutanasia è pratica consolidata, studi economici mostrano risparmi significativi sui costi sanitari. In Canada, ad esempio, il MAiD potrebbe ridurre le spese per le cure di fine vita di 34-138 milioni di dollari canadesi all’anno. Un’analisi recente stima un taglio medio dell’87% sui costi rispetto alle cure palliative tradizionali. E un editoriale del New York Times del luglio 2025 lo dice chiaro: in un mondo invecchiato, l’assistenza al suicidio appare ai governi come una “misura di risparmio sui costi”.

Qui sta il rovescio della medaglia: la “libertà” diventa una scusa conveniente per alleggerire i bilanci pubblici, spingendo i vulnerabili – depressi, anziani, disabili – verso una soluzione “economica” invece di investire in prevenzione, terapie innovative o supporto psicologico. Bioeticisti e oppositori, come quelli citati dalla BBC, avvertono che l’eutanasia rischia di diventare “un modo costo-efficace per trattare i malati terminali”, erodendo il impegno etico della medicina verso la vita. In Italia, con un debito pubblico schiacciante e un sistema sanitario sotto stress, chi garantisce che non finiamo per normalizzare la morte assistita come “opzione low-cost”?

Non è cinismo: è realismo. La vera battaglia non è solo per il diritto di morire, ma per il diritto di vivere con dignità, senza che i governi vedano nei nostri dolori un’opportunità di bilancio. Siska meritava di più di una firma su un modulo; meritava un mondo che cura, non che risparmia. E noi, in Italia, dobbiamo vigilare affinché la spinta di Cappato non si trasformi in una trappola dorata.

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