Giovanni Goria, il ‘ragioniere’ che arrivò a Chigi ma soprattutto un politico che guardava avanti nel libro di Marchianò e Giaccone
di Massimo Iaretti
Nel continuo magma della politica odierna dove sono facili le salite, come pure le uscite di scena, e dove tutto si dimentica (troppo) in fretta, il suo nome non dirà molto ai giovani o per il politici della ‘Terza Repubblica’, quella dei selfie. Ma per chi ha un minimo cultura politica e di dimestichezza con la storia recente il nome di Giovanni Goria è strettamente legato all’esperienza della Prima Repubblica. Militante nella Democrazia Cristiana, il ‘partito – Stato’ sin dagli anni Sessanta il ‘ragioniere’ astigiano (ma al di là del diploma di ragionieria all’Istituto Giobert di Asti, si era laureato nel 1967 in Economia e commercio a Torino) è ancora ben noto, soprattutto in quello che una volta era il collegio della Camera Alessandria – Asti – Cuneo. Giovanni Goria, infatti, è stato il più giovane ministro e il più giovane presidente del Consiglio dei Ministri della Prima Repubblica, un’era nella quale chi sedeva negli scranni alti del potere sembrava non dovesse abbandonarli mai. Lui invece terminò il suo cammino terreno il 21 maggio del 1994 all’età di cinquant’anni, mentre imperversava la tempesta di Mani Pulite e Silvio Berlusconi era appena insediato alla guida del suo primo governo, in un mondo politico completamente diverso dal quale era cresciuto. A rendere memoria di chi è stato Giovanni Goria e quale sia stato il suo ruolo in quegli anni è il bel libro “ Giovanni Goria: il rigore e lo slancio di un politico innovatore” edito per i tipi di Marsilio dalla Fondazione Goria (che ha sede in Asti, dove è nata nel 2004 porta il suo nome ed è presieduta ed è presieduta da Marco Goria) ed è opera della penna d Francesco Marchianò e Paolo Giaccone, con una prefazione di Marco Damilano. Il libro, che ripercorre la vita e la carriera politica di Goria, le sue scelte, il suo impegno, l’etica, offre l’immagine di un politico che – a differenza di molti, ancora oggi – sapeva leggere i numeri e la contabilità di Stato, grazie da un lato alla sua formazione ed alla sua competenza, dall’altro alla volontà di capire e di andare a fondo ai problemi ed alle dinamiche che comporta l’amministrazione della res pubblica a tutti i livelli, da quelli più vicini ai cittadini sino a quelli più alti. Ciò che traspare dalla lettura, che ci sentiamo di consigliare a chiunque svolta attività politica, amministrativa o soltanto ne voglia capire le vie, è quello di una persona concreta, come la sua origine in terra piemontese, ma anche e soprattutto che sapeva guardare avanti ben oltre il ‘tirare a campare’ di quegli anni. Forse se fosse stato ascoltato maggiormente, anche nel suo Partito, la storia avrebbe avuto un altro percorso. Ma queste sono solo supposizioni. Quello che è certo è che il testo di Marchianò e Giaccone ne mantiene viva la figura, come pure la Fondazione che ne porta il nome.









