di Nico Colani – Negli ultimi giorni si è acceso un dibattito piuttosto surreale attorno all’adunata degli Alpini a Genova. Alcuni gruppi hanno lanciato allarmi parlando di “machismo”, “patriarcato” e persino di potenziali pericoli per donne e comunità LGBT, arrivando a consigliare strumenti di difesa come fischietti.
Ora, fermiamoci un attimo. Gli Associazione Nazionale Alpini rappresentano un corpo con una storia precisa: volontariato, interventi nelle emergenze, presenza concreta durante terremoti e alluvioni. Ridurre tutto questo a una caricatura di “maschilismo pericoloso” è una semplificazione che non regge.
Questo non significa negare che possano esistere comportamenti sbagliati in grandi eventi pubblici — succede ovunque ci siano migliaia di persone. Ma qui il punto è un altro: si sta facendo un salto logico, passando da “possono verificarsi episodi isolati” a “un’intera categoria è una minaccia”. È una generalizzazione piuttosto debole.
C’è anche un secondo problema: il linguaggio. Quando si descrive un raduno tradizionale come se fosse un raduno di persone ostili o pericolose, si crea un clima di sospetto che difficilmente aiuta il dialogo. Anzi, polarizza ancora di più.
Dall’altra parte, chi difende gli Alpini tende a reagire in modo speculare, trasformando ogni critica in un attacco ideologico. Anche questo non aiuta. La realtà, come spesso accade, è più sfumata: grandi eventi vanno gestiti bene, con attenzione e responsabilità, ma senza costruire narrazioni apocalittiche.
Il risultato finale? Un dibattito che scivola facilmente nel ridicolo, perché perde il senso delle proporzioni. Tra chi vede ovunque minacce sistemiche e chi risponde solo per appartenenza, si smarrisce il punto centrale: giudicare i fatti, non le etichette.
E forse la vera domanda è proprio questa: vogliamo discutere seriamente di sicurezza e convivenza negli eventi pubblici, oppure continuare a trasformare tutto in uno scontro ideologico?