Femminicidio a Nizza Monferrato: Zoe uccisa per un rifiuto, l'amico Alex Manna confessa. L'ombra della violenza giovanile

Femminicidio a Nizza Monferrato: Zoe uccisa per un rifiuto, l’amico Alex Manna confessa. L’ombra della violenza giovanile

Visite: 489
Tempo di lettura:3 Minuti, 2 Secondi

di Nico Colani
Nizza Monferrato, tranquilla cittadina in provincia di Asti, è sconvolta dal femminicidio di Zoe, 17 anni, uccisa nella notte tra il 6 e il 7 febbraio e ritrovata senza vita nel Rio Nizza. La ragazza, solare, gentile e con il sogno di diventare psicologa, lavorava come cameriera al bar della stazione e aveva finito il turno intorno alle 21. Quella sera era uscita con amici, ma a un certo punto si era allontanata con Alex Manna, 19enne (o 20 secondo alcune fonti), conoscente con cui aveva avuto in passato una breve relazione.

Dopo ore di interrogatorio serrato da parte dei carabinieri di Asti e Nizza Monferrato, in presenza del pm Giacomo Ferrando della Procura di Alessandria, Alex Manna ha confessato l’omicidio. Secondo la ricostruzione emersa dalle sue parole e dalle indagini: la lite è scoppiata dopo un approccio rifiutato da Zoe (o un tentativo di riavvicinamento non accettato). Lui, ex praticante di boxe, ha ammesso di averla colpita con uno o più pugni al volto – “Abbiamo discusso, le ho dato un pugno, forse più pugni, io facevo boxe. Non so perché” – provocandole un trauma cranico. Poi l’ha strangolata. Preso dal panico, non l’ha “buttata giù nel canale” ma “l’ha solo lasciata cadere” nelle acque del rio, vicino a un distributore di benzina lungo la strada verso Incisa Scapaccino. Prima di confessare, aveva tentato di depistare le indagini accusando ingiustamente un altro giovane del paese, Naudy Carbone (30enne di origini africane, adottato localmente e noto per problemi psichiatrici), scatenando per poche ore un assedio alla sua casa da parte di residenti infuriati. I carabinieri lo hanno protetto e la Procura ha smentito ogni coinvolgimento: Carbone è innocente.

L’autopsia, in corso o imminente, chiarirà se Zoe poteva essere salvata (se i soccorsi fossero arrivati in tempo) e confermerà cause precise (pugni + strangolamento, non annegamento). Manna è in carcere ad Alessandria con l’accusa di omicidio volontario (femminicidio). La comunità ha reagito con dolore immenso: fiori e messaggi sul muretto del rio, lutto cittadino proclamato per i funerali, e una fiaccolata/manifestazione di “Non una di meno” in piazza. L’amica Nicole (ex fidanzata di Manna) ha raccontato di una chiamata non risposta da Zoe alle 23:30 – “Non ho risposto perché dormivo, non me lo perdono” – e ha descritto Alex come “possessivo”.

Casi come questo, purtroppo, non sono isolati. Nonostante i dati del Viminale 2025 mostrino un calo del 15% negli omicidi totali (da 335 a 286, minimo decennale) e del 18% nei femminicidi (da 118 a 97, di cui 85 in ambito familiare-affettivo), la violenza impulsiva per “motivi futili” – come un rifiuto non accettato – resta un dramma quotidiano. Spesso esplode in contesti giovanili, alimentata da fragilità emotive, educazione carente e incapacità di gestire il “no”.

I report ISTAT e CNR evidenziano un aumento post-pandemia di bullismo, cyberbullismo e violenze gratuite tra adolescenti (quasi 1 su 2 studenti 15-19 anni coinvolti), con vandalismo e aggressioni in crescita anche nei piccoli centri. Mancano figure educative forti in famiglia e risposte preventive ferme dalle istituzioni, sostituite a volte da un approccio troppo “buonista”. Eppure l’Italia ha tassi di criminalità giovanile tra i più bassi in Europa: serve investire in educazione al rispetto, gestione delle emozioni e inclusione per prevenire che una lite tra amici finisca in tragedia.

La morte di Zoe è un dolore che non ha confini: un “no” non merita pugni, strangolamento e un canale. È un monito per tutti a insegnare – e imparare – che la violenza non è mai una risposta.

Un campanello d’allarme per una società che deve proteggere i suoi giovani prima che una serata tra amici finisca in tragedia irreparabile.

Pubblicità