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Commentatori compulsivi e distruttivi

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di Nico Colani
Premetto che non provo particolare simpatia per Brigitte Macron, né per Alfonso Signorini, il cui programma mi lascia indifferente, con quel tono da regressione collettiva. Detto questo, non mi rallegro affatto del massiccio attacco mediatico che li ha travolti, partito dai laureati in gossip fino ai commentatori anonimi dei social. Lo stesso vale per Raoul Bova: come attore non ho nulla da ridire, ma non sono solidale solo perché mi è simpatico. Ritengo che questa fogna di attacchi, spesso basati su mezze verità o illazioni, trasformi i commentatori in figure ridicole e pericolose, capaci di alimentare la distruzione di una persona.

Il problema principale è che, appena esce una notizia su un personaggio pubblico, i commentatori si scatenano senza valutare attentamente i fatti, senza aspettare che siano verificati. Prendiamo il caso di Brigitte Macron: perché attaccare la moglie del presidente francese con vignette e video falsi per screditarne la femminilità? E anche se le voci fossero vere (cosa che non lo sono), chi se ne importa? Eppure, proprio ieri, un tribunale di Parigi ha condannato dieci persone per cyberbullismo nei suoi confronti, per aver diffuso false claims sulla sua identità di genere, con pene che vanno da corsi di sensibilizzazione a sospensioni della pena.

Pensiamo anche agli esempi italiani più recenti: Alfonso Signorini è stato travolto da accuse gravi, diffuse soprattutto attraverso il canale YouTube “Falsissimo” di Fabrizio Corona. La sua carriera televisiva è in pausa (si è autosospeso da Mediaset), e ora è indagato per violenza sessuale ed estorsione in seguito a una denuncia. La “ghigliottina” mediatica è scattata a priori, e Corona è stato elevato da alcuni a messia del gossip, con qualcuno che già lo immagina in politica.

Lo stesso è accaduto a Raoul Bova: dopo la diffusione di messaggi privati da parte di Corona, ha affrontato una bufera mediatica enorme. Ha ammesso di aver considerato l’addio a Don Matteo, proponendo persino di far “morire” il suo personaggio, Don Massimo, per non danneggiare la fiction. Gli haters si sono scatenati, giudicando fatti privati senza sapere come stiano davvero le cose. E guarda caso, anche qui Corona e il suo “Falsissimo” sono al centro della tempesta.

Tutto questo a prescindere dalle decisioni finali della Magistratura, allora si che uno può dare il suo giudizio senza strafare.

Le vittime dell’odio seriale non sono solo i VIP: spesso sono persone comuni, attaccate per vicende private che gli haters non conoscono affatto. Fiutano una “vittima” e partono all’assalto, portando talvolta a reazioni devastanti come depressione, isolamento o peggio.

Mi torna in mente l’antica Roma: nell’arena, il pubblico decideva la sorte del gladiatore sconfitto con il pollice verso o alzando fazzoletti per la grazia. Il verdetto finale spettava all’organizzatore, che spesso seguiva la volontà popolare. I tempi e i modi sono cambiati, ma l’istinto degli odiatori no: oggi la “folla” digitale condanna senza processo.

Bisognerebbe fare qualcosa per fermare questo odio gratuito. Gli odiatori prendono di mira chiunque – VIP o gente comune – e alla prima vicissitudine partono con campagne denigratorie, spesso amplificando post di chi ne sa ancora meno, fino alla distruzione totale.

Un pensiero più profondo

Questo fenomeno rivela un aspetto oscuro della natura umana: il bisogno primordiale di “giustiziare” pubblicamente qualcuno per sentirsi parte di un gruppo, per scaricare frustrazioni o per superiorità morale fittizia. Nei social, l’anonimato e la distanza riducono l’empatia – è facile odiare uno schermo, non una persona in carne e ossa. È una moderna “caccia alle streghe”: si crea un capro espiatorio per distrarlo collettivamente, senza responsabilità individuale (l’effetto bystander digitale). Alla base c’è spesso invidia, noia o insicurezza: attaccare un VIP (o un comune) dà l’illusione di potere. Ma è pericoloso perché normalizza l’odio e erode la società, trasformando la rete in un’arena dove vince chi urla più forte, non chi ha ragione.

Un’idea per risolvere in parte la situazione

Non si può eliminare del tutto l’odio umano, ma si può limitarlo:

1. Piattaforme più responsabili: Obbligare i social a verificare identità reali per commenti su notizie sensibili, o algoritmi che penalizzino l’odio virale (come già fanno parzialmente, ma rafforzare).

2. Educazione obbligatoria: Nelle scuole, corsi su empatia digitale, conseguenze dell’odio online e critical thinking (distinguere fatti da gossip).

3. Leggi più efficaci: In Italia, rafforzare la legge sul cyberbullismo (71/2017) con rimozioni rapide di contenuti e sanzioni pecuniarie immediate per diffamazione grave. Esempio positivo: la condanna francese a Brigitte Macron mostra che perseguire funziona.

4. Cultura del “pause“: Campagne per incoraggiare a non commentare subito, aspettare fatti verificati. E per le vittime: supporto psicologico gratuito e rapido (come linee helpline dedicate).

5. Ruolo dei media: Giornalisti e influencer dovrebbero evitare di amplificare gossip non verificato per click.

In parte si risolve con responsabilità collettiva: ognuno di noi, prima di condividere o commentare, si chieda “Sto contribuendo a distruggere qualcuno?”. Piccoli passi, ma concreti.

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