Negli scenari di emergenza – terremoti, alluvioni, incendi boschivi – la sicurezza non riguarda più soltanto le persone. Negli ultimi anni si è affermata con forza la consapevolezza che anche gli animali, domestici e da allevamento, rappresentano una componente essenziale del sistema sociale ed economico e, come tali, devono essere inclusi nei piani di soccorso e assistenza. Un principio oggi rafforzato anche da recenti interventi normativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che hanno aggiornato e integrato il quadro della protezione civile introducendo misure più strutturate per la tutela degli animali durante gli eventi calamitosi. In caso di disastro, gli animali sono spesso tra le vittime invisibili: abbandonati durante evacuazioni improvvise, feriti o dispersi, oppure impossibilitati a ricevere cure e alimentazione. Tuttavia, la loro salvaguardia è strettamente connessa anche alla sicurezza umana. Molte persone, infatti, tendono a non evacuare se non possono portare con sé i propri animali, aumentando il rischio per sé e per i soccorritori. Per questo motivo, il sistema di protezione civile ha progressivamente integrato protocolli specifici per il recupero e la gestione degli animali nelle emergenze.
Il quadro normativo italiano già prevedeva tali interventi: il Decreto legislativo 2 gennaio 2018 n. 1, noto come Codice della Protezione Civile, stabilisce che le attività di soccorso includono esplicitamente anche l’assistenza agli animali colpiti da eventi calamitosi. Il più recente decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri – adottato nell’ambito delle politiche di protezione civile tra il 2024 e il 2025 – rappresenta un’evoluzione significativa. Pur inserendosi nel solco del Codice della protezione civile, il provvedimento rafforza il coordinamento tra istituzioni, volontariato e servizi veterinari, riconoscendo formalmente la necessità di: 1) pianificare il soccorso degli animali già nella fase di prevenzione; 2) prevedere strutture temporanee di accoglienza per animali evacuati; 3) integrare veterinari e associazioni animaliste nei centri operativi; 4) sviluppare sistemi informativi per il ricongiungimento tra animali e proprietari.
Il decreto si inserisce inoltre in una più ampia strategia di gestione delle emergenze che punta a migliorare l’efficacia degli interventi e ridurre l’impatto complessivo delle calamità sul territorio e sugli esseri viventi. Un aspetto centrale, spesso sottovalutato ma oggi sempre più vincolante, riguarda la pianificazione preventiva a livello locale. L’assistenza agli animali durante e dopo gli eventi calamitosi deve infatti essere esplicitamente prevista nei piani comunali e intercomunali di protezione civile. Non si tratta di una facoltà, ma di un obbligo che discende direttamente dal quadro normativo nazionale e dalle più recenti direttive della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Questo significa che tutti i Comuni sono chiamati a: 1) aggiornare i propri piani di emergenza, includendo scenari specifici relativi agli animali; 2) individuare aree di accoglienza idonee anche per animali domestici e invitare i privati a cercare soluzioni per quelli da allevamento; 3) prevedere procedure operative chiare per evacuazione, ricovero e assistenza veterinaria; 4) attivare e coordinare risorse volontaristiche specializzate, insieme a figure professionali come veterinari e tecnici del settore; 5) analizzare e risolvere preventivamente le criticità già individuate nei piani, trasformando le indicazioni teoriche in strumenti realmente operativi.
La pianificazione, in questo senso, diventa il vero banco di prova della capacità di un territorio di rispondere in modo efficace a una calamità. Nella fase acuta di una calamità, il soccorso agli animali richiede competenze specifiche e una forte organizzazione. Le operazioni comprendono: 1) recupero di animali dispersi o intrappolati; 2) assistenza veterinaria d’urgenza; 3) evacuazione con mezzi adeguati; 4) messa in sicurezza di stalle e allevamenti. Fondamentale è il ruolo del volontariato specializzato, spesso formato nell’ambito della protezione civile, che opera in sinergia con vigili del fuoco, forze dell’ordine e servizi sanitari.
Se il soccorso immediato è cruciale, altrettanto importante è la gestione del “dopo”. L’assistenza post-evento include: 1) ricovero temporaneo in strutture dedicate; 2) monitoraggio sanitario e vaccinazioni; 3) supporto agli allevatori per la ripresa delle attività; 4) ricollocazione o adozione degli animali non reclamati. Questa fase è determinante per evitare emergenze secondarie, come epidemie o abbandoni di massa.
Il riconoscimento normativo del ruolo degli animali nelle emergenze rappresenta anche un cambiamento culturale. Non si tratta più di interventi occasionali, ma di una visione integrata della sicurezza, in cui il benessere animale è parte della resilienza delle comunità. La direzione intrapresa dalla Protezione Civile e dalle istituzioni centrali va proprio in questo senso: costruire un sistema capace di rispondere alle calamità in modo inclusivo, efficiente e umano. La tutela degli animali durante gli eventi calamitosi non è solo una questione etica, ma anche operativa. Salvaguardare gli animali significa proteggere le persone, le economie locali e l’equilibrio dei territori. L’obbligo per i Comuni di pianificare, aggiornare e rendere concretamente operativi i propri piani di protezione civile rappresenta il passaggio decisivo: senza una preparazione adeguata, anche le migliori norme rischiano di restare sulla carta. Il recente decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri consolida questo approccio, segnando un passo importante verso una protezione civile sempre più moderna, organizzata e attenta a tutte le forme di vita coinvolte nelle emergenze.