"Dolcesale" Foto di Nico Colani

Alla ricerca del cappuccino: e io ho trovato il mio

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Tempo di lettura:4 Minuti, 21 Secondi

di Nico Colani

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Non sono quel tipo abitudinario che ogni mattina si precipita al bar per la colazione rituale. Di solito, mi limito a un caffè veloce quando la vita mi trascina in giro, magari con una brioche per ingannare lo stomaco. Ma da qualche settimana, per esigenze improrogabili, mi trovo a solcare le strade di Ovada all’alba, e così ho trasformato queste uscite in una sorta di “caccia al tesoro” gastronomico. Dopo aver testato un paio di locali per pura comodità, il destino – o forse solo la pigrizia – mi ha condotto di fronte all’ospedale, proprio lì dove sorge “Dolcesale”, in Via Bernardo Ruffini 61 Ovada.

Gestito con passione dalla titolare Carla Avoglio e dal marito Vittorio Benzo, con l’indispensabile supporto della collaboratrice Lucie, questo bar è un’oasi di calma in mezzo al trambusto mattutino. Oltre al classico bancone affollato di habitué, offre due salette accoglienti, perfette per gustare la colazione seduti, senza fretta, in un’atmosfera tranquilla e avvolgente. Lo staff? Gentilezza incarnata: sorrisi pronti, servizio sollecito e un clima amichevole che ti fa sentire a casa, non un semplice avventore.

Alla ricerca del cappuccino: e io ho trovato il mio

Ma andiamo al sodo: qui non si tratta solo di ospitalità. Il caffè è di qualità superiore, robusto e aromatico, e la vetrina delle brioche è un tripudio di tentazioni – bomboloni gonfi di crema, treccine soffici, cornetti croccanti – senza dimenticare le opzioni salate: focacce, pizze, pizzette e focaccine al formaggio che spariscono in un morso. E se la fame mattutina non basta, puoi portarti via biscotti, dolcetti o persino una bottiglia di vino per serate più eleganti. Insomma, “Dolcesale” è quel posto dove “non manca nulla”, come un piccolo supermercato del piacere quotidiano.

Per i primi giorni, ho variato il menu come un esploratore goloso: una brioche diversa ogni mattina, sempre con il mio caffè fedele. Poi, senza preavviso, mi è venuta l’idea folle di ordinare un cappuccino. E lì, cari lettori, è scattato il colpo di fulmine. Dopo anni di delusioni – schiume eccessive che somigliano a nuvole di cotone idrofilo, o al contrario tazze di latte tiepido con un velo di caffè annacquato, spesso rovinato da miscele mediocri – ho assaggiato qualcosa di magico. Una consistenza perfetta: schiuma cremosa al punto giusto, né troppo densa né evanescente, che si fonde con un espresso eccellente, ricco di note tostate e un retrogusto persistente. Sarà stata la mano esperta del barista, quel tocco alchemico che trasforma ingredienti semplici in elisir? Fatto sta che ho esclamato tra me e me: “Eccolo! Il mio cappuccino ideale, quello che ti scalda l’anima prima ancora della lingua”.

E visto che i miei appuntamenti per risolvere quel problema persistono (e chissà, forse dureranno più del previsto), “Dolcesale” è diventato il mio rifugio mattutino. Alla fine di questa odissea burocratica, potete starne certi: tornerò lo stesso, per quel cappuccino che mi ha riconciliato con il mondo.

Se siete di Ovada e non avete ancora varcato quella porta, cosa state aspettando? Io ho trovato il mio Graal caffeinato – e voi? Accettate la sfida? Lanciatevi alla ricerca del “vostro” cappuccino perfetto. Potrebbe essere più vicino di quanto pensiate.

(La mia recensione ad uno staff gentile e professionale: immaginate il cappuccino come un piccolo vulcano dormiente – eruzione di schiuma, lava di espresso, e un cratere di felicità che vi attende.)

Alla ricerca del cappuccino: e io ho trovato il mio

Ed eccoci alla storia del cappuccino che prima non avevo mai pensato di conoscere

La storia del cappuccino: da elisir austro-ungarico a icona italiana

Per celebrare questa scoperta, vale la pena tuffarsi nelle origini di questa bevanda che, come un abbraccio caldo, ha conquistato il mondo. Il cappuccino, come lo conosciamo oggi – espresso sormontato da una nuvola di latte schiumato – ha radici profonde nella diffusione del caffè in Europa, risalenti al XVII-XVIII secolo, quando la bevanda nera arrivò dall’Oriente attraverso l’Impero Ottomano e si diffuse nei caffè viennesi e italiani. Una leggenda affascinante, tra le più diffuse, lega la sua nascita al frate cappuccino Marco d’Aviano, inviato dal Papa Innocenzo XI a Vienna nel 1683 per rincuorare le truppe cristiane contro l’assedio turco. Dopo la vittoria, in un caffè della capitale austriaca, il caffè risultò troppo amaro per il frate: i baristi, per addolcirlo, vi aggiunsero latte caldo e panna montata, creando una miscela dal colore marrone chiaro, simile al saio e al cappuccio dei frati cappuccini. Da qui il nome “Kapuziner”, che in italiano divenne “cappuccino”.

Un’altra teoria, più secolare, lo fa derivare da una bevanda viennese della fine del XVIII secolo: caffè forte con panna e spezie, servita nei caffè dell’Impero Austro-Ungarico. Fu solo nel XIX secolo, con l’invenzione della macchina per espresso in Italia, che il cappuccino assunse la forma moderna: un terzo di caffè, un terzo di latte vaporizzato e un terzo di schiuma densa, ideale per la colazione. Oggi è un simbolo del “dolce far niente” italiano, protetto da regole ferree (niente cappuccino dopo le 11, per i puristi!), ma la sua essenza rimane quella: un ponte tra tradizione monastica e genio laico, un sorso di storia in ogni tazza. Buon viaggio nella sua scia!

Alla ricerca del cappuccino: e io ho trovato il mio

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