Alessandria, l’Aia riguarda il futuro della Fraschetta e di chi vive il territorio

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dal Comitato Stop Solvay riceviamo e pubblichiamo:

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Oggi, mentre si riuniva la Conferenza dei Servizi chiamata a concludere il procedimento per il
rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale dello stabilimento Syensqo, noi eravamo fuori.
Perchè la firma di quel documento riguarda direttamente il futuro della Fraschetta e di chi quel
territorio lo vive ogni giorno. L’A.I.A. stabilisce quali produzioni potranno continuare, quali
sostanze potranno essere utilizzate ed emesse e quali limiti saranno imposti per i prossimi 10 anni.
Per troppo tempo le decisioni sono state prese senza ascoltare davvero la voce della comunità.
Oggi vogliamo ricordare che questa comunità ha richieste chiare, concrete e non più rinviabili:
bonifica integrale del territorio, stop alla produzione dei PFAS, vecchi e nuovi, tutela sanitaria
permanente per la popolazione esposta, una legge nazionale che vieti l’intera classe dei PFAS.
E già il fatto che oggi eravamo fuori da quella stanza, rappresenta una sconfitta delle istituzioni.
Perché tutti sapevamo- loro meglio di noi- che in questa vicenda la vera posta in gioco è sempre
stata il tempo.
Per sei anni gli enti hanno consentito a Solvay, oggi Syensqo, di continuare a produrre mentre il
procedimento per il rinnovo dell’A.I.A. restava aperto. Sei anni nei quali l’azienda ha potuto
continuare a sfruttare produzioni e molecole che oggi ritroviamo nell’ambiente e nel sangue delle
persone che vivono nella Fraschetta.
Sei anni nei quali l’industria chimica ha avuto tutto il tempo per programmare il proprio futuro
produttivo.
Perché è così che funzionano le multinazionali: quando una sostanza finisce sotto accusa, quando
emergono i suoi effetti, quando diventa impossibile continuare a difenderla, si passa alla molecola
successiva.
Per questo oggi dobbiamo smettere di fare distinzioni tra PFAS “buoni” e PFAS “dannosi”, come se
fosse possibile affidarci a una scommessa sulla prossima molecola.
Non è un lusso che possiamo più permetterci.
Se sei anni fa Solvay sosteneva che il cC6O4 fosse, per tossicità, paragonabile all’olio di lavanda,
oggi sappiamo che non è così. E il problema è proprio questo: ogni volta che una sostanza viene
presentata come sicura, la popolazione è costretta ad aspettare anni prima di sapere se lo è davvero.
Intanto, però, la produzione continua.
Con un processo penale per disastro ambientale che inizierà il prossimo 16 novembre, con analisi
che hanno dimostrato la presenza di PFAS nel sangue della popolazione e con decenni di
contaminazione alle spalle, ci sembra semplicemente assurdo che si continui a discutere di cosa
possa ancora essere prodotto in quello stabilimento.
Gli enti e le istituzioni coinvolte nel procedimento dovrebbero interrogarsi, piuttosto, su come dare
seguito alle richieste della comunità, su come fermare definitivamente la fonte di contaminazione
per procedere con la bonifica e proteggere finalmente la salute pubblica.
Da oggi la responsabilità di ogni ritardo nella bonifica, ogni rinvio delle decisioni, ogni nuova
molecola immessa nell’ambiente, ogni omissione nella tutela delle persone esposte ricadrà anche su
chi ha firmato questo provvedimento.

Così come ricadrà su chi, pur avendo il potere di farlo, non ha avuto il coraggio di sedersi a quel
tavolo con una posizione chiara e non negoziabile: la salute delle persone e dell’ambiente viene
prima di qualsiasi interesse economico.
Noi non sediamo ai tavoli delle decisioni, ma una promessa possiamo farla: controlleremo ogni
scelta, denunceremo ogni ritardo e continueremo a pretendere acqua pura, aria pulita e un futuro
diverso per la Fraschetta

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