Alessandria, 28 aprile 1945 – Quando la guerra finì in una cattedrale

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Alessandria pareva trattenere il fiato. Le strade del centro, fino a pochi giorni prima percorse dal passo duro degli occupanti, si erano svuotate. Le finestre socchiuse, le imposte appena accostate, gli sguardi nascosti dietro le tende: tutto raccontava una città sospesa tra paura e speranza, in attesa di un segnale che avrebbe cambiato la storia.

Quel segnale arrivò nel tardo pomeriggio del 28 aprile, quando le porte della Cattedrale dei Santi Pietro e Marco si aprirono non per una funzione religiosa, ma per accogliere l’ultimo atto dell’occupazione nazista: la resa del presidio tedesco.

Dentro le navate, il silenzio era denso, quasi irreale. A rompere quell’immobilità fu il rumore cadenzato degli stivali. In testa alla delegazione tedesca avanzava il generale Hans-Georg Hildebrandt, volto segnato dalla stanchezza e dalla consapevolezza di una guerra ormai perduta. Di fronte a lui, gli uomini del Comitato di Liberazione Nazionale, tra cui Giuseppe Longo e Livio Pivano, pronti a raccogliere una resa che non cercava vendetta, ma giustizia e futuro.

A fare da tramite, con coraggio e senso profondo della storia, fu Don Quinto Gho, che offrì la sacralità della cattedrale come terreno neutrale per evitare altro sangue.

Le trattative erano iniziate il 26 aprile cariche di tensione. Vi erano nel Comitato di Liberazione Nazionale due linee di pensiero: i più giovani, capitanati da Longo, ritenevano che i tedeschi dovessero solo arrendersi; altri, valutando anche le forze e gli armamenti in campo, pensavano fosse il caso di parlamentare per arrivare ad un armistizio e poi ad una condizione migliore di resa. Si discuteva non solo di condizioni militari, ma del destino di una città intera. Le trattative durarono all’incirca due giorni; i tedeschi cercarono di rimandare il più possibile la conclusione delle stesse, quando vennero travolti dalle notizie che arrivavano dalla loro stessa terra. Alla fine, su un semplice tavolo di legno, tra i banchi e sotto le volte gotiche, venne scritto a mano l’atto di resa.

Il gesto che seguì rimase impresso nella memoria collettiva: il generale Hildebrandt consegnò la sua pistola a Longo. L’arma fu deposta sull’altare. In quell’istante, la guerra ad Alessandria finì davvero. Agli ufficiali tedeschi fu permesso di tenere l’arma di ordinanza e appena possibile lasciare Alessandria, direzione Valenza, mentre ai repubblichini fascisti venivano rinchiusi in cittadella.

Benché i partigiani fossero entrati in città già il 25 aprile, la città si risveglia ancora con la paura; erano presenti in città migliaia di militari tedeschi che con il loro comando erano asserragliati intorno a quella che oggi è piazza Matteotti, con sede al liceo Eco ex Plana, mentre il comando della Divisione repubblichina fascista San Marco, comandata dal Generale Amilcare Farina era accasermata in via Cavour, ove ha sede oggi la CGIL.  Mentre il Comitato di Liberazione Nazionale aveva la sede in un’ala dell’ospedale civile, dove i primari avevano dato asilo al CLN. Alcuni reparti della San Marco avevano già operato nei mesi precedenti nell’alessandrino in operazioni antipartigiana compiendo numerosi eccidi.

All’alba del giorno successivo, il 29 aprile, Alessandria non era più la stessa. Le prime truppe alleate entrarono in città e, con loro, esplose una gioia che per mesi era rimasta compressa. Le bandiere italiane, nascoste per anni nei cassetti e nei doppi fondi, tornarono a sventolare dai balconi. Le campane, finalmente libere di suonare, riempirono l’aria di una musica nuova. I bambini corsero nelle strade, rincorrendosi tra risate leggere, mentre gli adulti si abbracciavano senza più timore.

I partigiani delle formazioni autonome e delle brigate, usciti dai rifugi e dalle campagne, vennero accolti come figli ritrovati. Le donne piangevano e sorridevano nello stesso momento, stringendo mani, volti, vite ritrovate. Era la fine della paura, ma anche l’inizio di una memoria che non avrebbe più abbandonato quella città. Le forze partigiane al momento dell’insurrezione, in provincia comprendevano 5.680 combattenti suddivisi in 4 divisioni garibaldine, 1 divisione Matteotti, 1 GL (Giustizia Libertà), 1 divisione Patria e la 5 Divisione autonoma Monferrato. Il tributo di sangue pagato dai partigiani in provincia di Alessandria è stato pesante. I dati ci raccontano che i caduti (nati in provincia di Alessandria) superano le 600 unità; i mutilati e invalidi (civili compresi) sono 638; i civili uccisi per rappresaglia sono 75. Alle vittime della popolazione civile bisogna sommare gli uccisi dai bombardamenti, che nella sola città di Alessandria furono 547. Il bilancio della loro campagna fu pesante: centinaia di caduti, migliaia di feriti. Ma il loro sacrificio rimane inciso nella memoria collettiva del Piemonte e dell’Emilia, simbolo di un legame profondo tra popoli uniti contro la barbarie.

Il Primo Maggio, pochi giorni dopo, Alessandria celebrò insieme la Liberazione e la Festa del Lavoro. Fu una festa popolare, spontanea, travolgente. Non c’erano palchi né protocolli: c’era la gente. C’era la vita che tornava, c’erano gli alleati da poco entrati in una città già libera.

In quei giorni decisivi, infatti il 25-26 aprile 1945, la provincia fu liberata con la presa di Casale, Tortona, Ovada, Novi e Acqui e tra i protagonisti della liberazione vi furono anche uomini arrivati da molto lontano come i soldati della Força Expedicionária Brasileira. Li chiamavano “pracinhas”, un nome semplice e affettuoso. Erano oltre venticinquemila, guidati dal generale João Baptista Mascarenhas de Moraes. Venivano da un Brasile lontano e caldo, e si trovarono a combattere tra il gelo degli Appennini, spesso senza equipaggiamento adeguato. Il loro battesimo del fuoco fu durissimo, sulle alture della Linea Gotica. A Monte Castello subirono sconfitte e perdite dolorose, ma non si arresero. Il 21 febbraio 1945 tornarono all’attacco e conquistarono la vetta, segnando una svolta decisiva. Ad aprile combatterono a Montese, in una battaglia feroce casa per casa. Poi, superati gli Appennini, avanzarono nella pianura come un fiume in piena. Liberarono città, catturarono intere unità nemiche, e il 29 aprile entrarono a Tortona. Nei giorni successivi raggiunsero Alessandria. Il loro arrivo fu accolto con entusiasmo dalla popolazione: sorrisi, strette di mano, abbracci tra lingue diverse ma cuori simili. Quei soldati venuti da oltreoceano avevano contribuito a restituire libertà a una terra che non era la loro, ma che li avrebbe ricordati per sempre.

La resa fu un simbolo di rinascita e la resa nella cattedrale non fu soltanto un atto militare, fu una scelta di civiltà. In un tempo dominato dalla violenza, Alessandria dimostrò che anche nella guerra può esistere uno spazio per la dignità, per il dialogo, per l’umanità. Oggi, una targa discreta, in sacrestia, ricorda quei momenti. Non celebra la vittoria, ma la fine della sofferenza. Non esalta la guerra, ma la pace ritrovata. Eppure, chi c’era quella sera, o chi ne ha raccolto il racconto, sa che tra quelle mura non si concluse solo un’occupazione. Nacque una nuova città. Una città che, dopo anni di buio, tornò a riempirsi di luce, di voci, di speranza. Una città che imparò, per sempre, il valore della libertà.

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