Umberto Bossi, fondatore, Lega Nord, Padania, politica, italiana, Roma ladrona

Addio al Senatùr

Visite: 307
Tempo di lettura:5 Minuti, 29 Secondi

di Nico Colani –
Umberto Bossi, il fondatore della Lega Nord che sognava la Padania libera e ha cambiato per sempre la politica italiana

Cassano Magnago, 19 settembre 1941 – Varese, 19 marzo 2026

È morto a 84 anni, nella serata di ieri, all’Ospedale di Circolo di Varese. Ricoverato d’urgenza il giorno prima in terapia intensiva, le sue condizioni sono precipitate rapidamente. Se n’è andato il “Senatùr”, l’uomo che per oltre trent’anni ha incarnato la voce del Nord, il sogno di una Padania indipendente, il grido contro “Roma ladrona” e un modo di fare politica ruvido, diretto, mai addomesticato.

Nato in una famiglia operaia – padre tessile, madre portinaia – Umberto Bossi non ha mai preso la laurea in Medicina a Pavia, ma ha lavorato come operaio, perito, insegnante e persino cantautore (con lo pseudonimo “Donato” partecipò al Festival di Castrocaro nel 1961). Da giovane ebbe simpatie di sinistra, poi l’incontro con l’autonomismo valdostano cambiò tutto. Nel 1984, insieme a un piccolo gruppo di amici (tra cui la futura moglie Manuela Marrone, maestra elementare di origini siciliane, e Roberto Maroni), fondò la Lega Lombarda con 102.000 lire davanti a un notaio di Varese. Cinque anni dopo nacque la Lega Nord.

Il suo progetto era chiaro e rivoluzionario: dividere l’Italia, dare autonomia (o indipendenza) al Nord, creare la Padania, una repubblica federale dei popoli del Po. Nel 1996, sul Po a Venezia, calò la bandiera italiana e proclamò solennemente: «Noi Popoli della Padania… proclamiamo la Padania Repubblica federale, indipendente e sovrana». Fu il momento più alto e più visionario della sua carriera. Organizzò il Parlamento del Nord, Radio Padania Libera, il giornale La Padania, le camicie verdi, i raduni di Pontida. Diventò ministro per le Riforme e la Devoluzione con Berlusconi (2001-2004 e poi di nuovo 2008-2011), senatore, deputato, europarlamentare. Il suo linguaggio era crudo, i gesti provocatori (il dito medio, la canottiera in tv), ma il consenso esplose.

La vita privata, l’ironia della storia

Primo matrimonio nel 1975 con Gigliola Guidali, commessa di Gallarate: un figlio, Riccardo. Separazione nel 1982 dopo che lei scoprì che il marito non era mai diventato medico. Poi, a una conferenza di glottologia, incontrò Manuela Marrone, siciliana di origini catanesi (non calabrese, come a volte si è detto, ma comunque “terruna” del Sud profondo). La sposò nel 1994 e con lei ebbe tre figli: Renzo, Roberto Libertà ed Eridano Sirio. Manuela fu cofondatrice della Lega Lombarda, mise a disposizione la casa per le prime riunioni, rimase sempre al suo fianco. La storia è diventata leggenda: l’uomo che voleva spaccare l’Italia Nord-Sud sposò una donna del Sud e la rese protagonista del suo movimento. Bossi lo raccontava con il suo sorriso sornione: «L’amore non guarda la carta d’identità».

L’errore del “Trota”

Uno dei rimpianti più grandi fu portare in politica il figlio Renzo, nato nel 1988. Nel 2008, quando qualcuno chiese se fosse il suo delfino, Bossi rispose secco: «No, è una trota». Il soprannome rimase appiccicato per sempre. Nel 2010 Renzo venne eletto consigliere regionale in Lombardia a soli 22 anni (12.893 preferenze), ma nel 2012 fu travolto dallo scandalo dei rimborsi: spese personali, auto, multe, persino la laurea “comprata” in Albania. Si dimise tra le polemiche, fu espulso dalla Lega e aprì un’azienda agricola. Bossi stesso ammise che fu un errore: «Non dovevo metterlo in prima linea così presto».

Il “Cerchio Magico” e Rosy

Dopo l’ictus cerebrale dell’11 marzo 2004 (che lo colpì gravemente, lasciandogli emiparesi e difficoltà nel parlare e camminare), Bossi fu costretto a una lunga riabilitazione segreta in Svizzera. Da quel momento il potere quotidiano passò al cosiddetto “Cerchio Magico”: la moglie Manuela, i figli, il tesoriere Francesco Belsito e soprattutto Rosi (o Rosy) Mauro, la pasionaria pugliese del Salento, segretaria del Sindacato Padano, vicinissima al Senatùr («non si staccava mai da lui», dicevano i testimoni). Rosy divenne la custode, la badante politica, la voce più ascoltata. Ma proprio intorno a questo cerchio esplose nel 2012 lo scandalo più devastante: decine di milioni di euro di fondi pubblici finiti in spese familiari, appartamenti, paghette, persino la laurea di Rosy e di Renzo. Bossi fu accusato di aver saputo, difese il cerchio fino all’ultimo, ma il partito insorse. Il 5 aprile 2012 fu costretto a dimettersi da segretario federale. Rosy rifiutò di lasciare la vicepresidenza del Senato, venne espulsa, processata (poi archiviata), e sparì dalla scena. Fu la fine di un’epoca.

La fine della carriera e il rapporto con Salvini

Bossi rimase presidente a vita, ma perse il controllo. Roberto Maroni prese la segreteria, poi nel 2013 Matteo Salvini vinse le primarie con l’81% (Bossi prese solo il 18%). All’inizio i rapporti furono buoni: Salvini era cresciuto nella vecchia Lega. Ma col tempo il fondatore si sentì tradito. Salvini trasformò la Lega da partito del Nord a movimento nazionale, tolse “Nord” dal nome, aprì al Sud, fece alleanze diverse. Bossi criticò duramente: fondò il “Comitato del Nord”, poi il “Patto per il Nord”, votò Forza Italia alle europee 2024 e disse apertamente che serviva «un nuovo leader». Lo “silenziarono” lentamente: marginalizzato, ma rispettato come padre nobile. Lui non rinnegò mai le radici padane.

La malattia, le curiosità, l’eredità

L’ictus del 2004 non fu l’unico colpo: malore nel 2019, ricovero in rianimazione, notizie false sulla sua morte nell’agosto 2024 (smentite dal figlio Renzo). Negli ultimi anni viveva a Gemonio, circondato dalla famiglia, sempre con la voce roca e lo sguardo ironico. Curiosità imperdibili: era alto 1,76 m, aveva inciso un disco rock, scrisse poesie in dialetto lombardo, chiamava Napolitano “terrone” con le corna (grazia di Mattarella nel 2019), e rimase fino alla fine il “barbaro sognante” che voleva il Po come confine.

Ieri sera se n’è andato. Con lui finisce un pezzo di storia repubblicana: il populismo territoriale, il federalismo urlato, la Padania che non è mai nata ma che per un decennio ha fatto tremare Roma. Matteo Salvini, Giorgia Meloni, tutti i leader di oggi gli devono qualcosa. Anche chi lo ha combattuto.

Grazie Senatùr.

Per aver dato voce a un Nord che si sentiva derubato. Per aver sposato una siciliana pur sognando la secessione. Per aver trasformato un piccolo gruppo di amici in un partito che ha governato l’Italia. E per averci ricordato, con quel suo “vaffa” e quel suo sorriso storto, che la politica senza passione è solo burocrazia.

Riposa in pace, Umberto. La Padania – quella dei tuoi sogni – ti aspetta da qualche parte lungo il fiume.

Pubblicità