Roma, 9 novembre 2025 – L’Italia della musica piange la scomparsa di Giuseppe Vessicchio, universalmente conosciuto come Peppe, il direttore d’orchestra napoletano che con il suo sorriso contagioso e la bacchetta magica ha illuminato palchi e schermi televisivi per decenni. Se n’è andato all’età di 69 anni, stroncato da una polmonite interstiziale che si è aggravata con una rapidità devastante, come confermato dal bollettino dell’ospedale San Camillo-Forlanini di Roma dove era ricoverato da alcuni giorni. I funerali si terranno lunedì in forma privata nella Capitale, un addio intimo per un uomo che ha sempre vissuto la sua vita privata lontana dai riflettori, ma la sua eredità artistica continuerà a risuonare nelle orecchie di generazioni di italiani.
Nato il 17 marzo 1956 a Napoli, in una città che fin da subito gli instillò l’amore per il ritmo e la melodia, Peppe Vessicchio crebbe immerso in un ambiente effervescente, tra vicoli brulicanti di suoni e voci. La sua gioventù fu segnata da un precoce contatto con la musica: già adolescente, si avvicinò al mondo delle sette note attraverso esperimenti amatoriali e collaborazioni locali. Prima di dedicarsi completamente alla carriera artistica, Peppe non perseguì strade convenzionali come studi universitari in campi diversi; al contrario, la sua formazione fu quasi del tutto autodidatta e radicata nella tradizione napoletana. Lavorò come session man per piccoli progetti discografici, producendo tracce per artisti emergenti della scena partenopea, come Nino Buonocore, Edoardo Bennato e Peppino di Capri. Fu in questo contesto che, nel 1975, entrò a far parte del gruppo I Trettré – all’epoca noti come I Rottambuli – un collettivo comico-musicale che mescolava cabaret e canzoni. Qui, Peppe suonava chitarra e pianoforte, contribuendo alla componente sonora di uno spettacolo che mescolava ironia e armonie, rappresentando i suoi primissimi passi professionali in un mondo ancora ibrido tra teatro e musica.
Gli inizi della carriera vera e propria arrivarono a fine anni ’70, quando Vessicchio decise di abbandonare il cabaret per abbracciare la musica pura. Lasciò i Trettré – sostituito da Gino Cogliandro – per lanciarsi in collaborazioni più ambiziose. Il primo grande sodalizio fu con Gino Paoli, con cui co-firmò hit intramontabili come “Ti lascio una canzone”, “Cosa farò da grande” e “Coppi”. Questi brani non solo lo proiettarono nel panorama nazionale, ma gli valsero anche prime apparizioni televisive in programmi come “Va’ pensiero”, “Di che vizio sei?” e “Note di Natale”. Napoli rimase il suo ancoraggio: qui affinò il suo stile, un mix di eleganza classica e vitalità popolare, che lo rese un arrangiatore versatile e richiesto.
La carriera di Peppe decollò negli anni ’80 e ’90, evolvendo da musicista di studio a direttore d’orchestra di fama internazionale. Il culmine arrivò con il Festival di Sanremo, dove esordì nel 1990 come presenza fissa dietro le quinte. Da quel momento, il palco dell’Ariston divenne la sua seconda casa: vinse premi come miglior arrangiatore nel 1994, 1997 e 1998, e nel 2000 ricevette un riconoscimento speciale dalla giuria presieduta da Luciano Pavarotti per i suoi arrangiamenti innovativi. Quattro volte portò al trionfo i suoi artisti come direttore: nel 2000 con “Sentimento” degli Avion Travel, nel 2003 con “Per dire di no” di Alexia, nel 2010 con “Per tutte le volte che…” di Valerio Scanu e nel 2011 con “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni. Parallelamente, entrò nel talent “Amici di Maria De Filippi” come insegnante e direttore, dove scoprì talenti come il tenore Matteo Macchioni, contribuendo a lanciare nuove voci nel panorama lirico e pop.
I successi più eclatanti di Vessicchio non si limitarono a Sanremo. Fu autore di “Sogno” per Andrea Bocelli, un brano che divenne un classico della musica italiana, e arrangiò per una schiera di stelle: da Roberto Vecchioni a Zucchero, da Ornella Vanoni a Ivana Spagna, passando per Elio e le Storie Tese e Max Gazzè. Diresse orchestre in contesti memorabili, come il tributo a John Lennon trasmesso in mondovisione dal Cremlino di Mosca o il concerto live di Mario Biondi al Teatro Smeraldo di Milano. Nel 2018, portò la sua bacchetta al rock con i Rockin’1000 allo Stadio Artemio Franchi di Firenze, dimostrando una versatilità che lo rendeva unico. Dal 2017, ricoprì ruoli istituzionali come membro della commissione dello Zecchino d’Oro e, dal 2024, direttore artistico di master universitari per la cura degli artisti. Nel 2020, durante Sanremo, ricevette una standing ovation dal pubblico, un momento che simboleggiava l’affetto immenso che lo circondava. Fino all’ultimo, nel 2024, diresse i Jalisse nella serata delle cover, e nel 2023 fu opinionista nel podcast “Muschio Selvaggio” di Fedez e Luis Sal, dove il suo umorismo napoletano conquistò una nuova generazione.
Dietro il Maestro del sorriso, c’era una famiglia solida e discreta, pilastro della sua vita. Peppe era sposato da oltre 40 anni con Enrica Mormile, conosciuta nel 1977 e convolata a nozze nel 1989. La loro unione, vissuta nella massima privacy, fu un rifugio di serenità lontano dal caos dello showbiz. Da questo legame nacque la figlia Alessia Vessicchio, che ha ereditato dal padre la passione per le arti, pur mantenendo un profilo basso. Non mancarono le nipotine, per le quali Peppe dichiarò in un’intervista: “Mi taglierei la barba”, un’immagine tenera che dipingeva un nonno affettuoso e devoto. La famiglia, tutta al femminile, rappresentava per lui un “equilibrio perfetto”, come confidò in rare occasioni, un contrappunto alla frenesia professionale.
Peppe Vessicchio era un pozzo di aneddoti e curiosità, che rendevano ogni conversazione un piccolo spettacolo. Uno dei più celebri risale ai suoi esordi con i Trettré: il gruppo, nato come cabaret musicale, lo vide passare da chitarrista a “uomo orchestra” in serate improvvisate nei teatri napoletani, dove mescolava Paul McCartney con dialetto locale. Ad “Amici”, l’episodio della scoperta di Matteo Macchioni divenne leggenda: “Gli sentii la voce e capii che era un diamante grezzo”, raccontava, enfatizzando come la musica unisse generazioni. Curiosità scientifica? Il suo libro “La musica fa crescere i pomodori” (2017, scritto con Angelo Carotenuto) nacque da un esperimento personale: espose piante a vibrazioni sonore, sostenendo che le note influenzassero la crescita cellulare – un’idea che portò persino a un concerto-saggio. Durante Sanremo 2022, sorprese tutti al piano con Le Vibrazioni in una cover di “Live and Let Die” dei Wings, un omaggio rock che strabiliò il pubblico. E non dimentichiamo l’aneddoto dell’infanzia, narrato nel libro: da bambino, giocava con amici a “orchestre di strada” nei Quartieri Spagnoli, dirigendo pentole come timpani. Amici come Fiorello e Amadeus lo ricordano per “i mille aneddoti che insegnavano a non smettere mai di imparare”, mentre i The Jackal lo salutano come un mentore che “faceva ridere e commuovere con la stessa facilità”.
La sua scomparsa è stata improvvisa e dolorosa: una polmonite interstiziale, una grave infiammazione del tessuto polmonare che attacca i vasi sanguigni e i bronchioli, si è manifestata con tosse persistente e febbre alta, precipitandosi in poche ore verso l’epilogo fatale. “Non stava bene da giorni, ma Peppe era un lottatore”, ha raccontato un amico stretto nelle ultime ore. Questa malattia, spesso associata a infezioni virali o batteriche, è tra le prime cause di mortalità infettiva nei polmoni, e nel caso di Vessicchio ha colto tutti impreparati, trasformando un malanno stagionale in una perdita irreparabile.
Peppe Vessicchio non era solo un direttore: era un ponte tra classica e pop, tra Napoli e il mondo, tra palco e platea. Con la sua bacchetta, ha diretto non solo note, ma cuori. L’Italia lo saluta con un immenso applauso, eterno come le sue melodie. Riposa in pace, Maestro.
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