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Addio a Gino Paoli, il poeta che ha messo il cielo in una stanza

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di Nico Colani –
Genova, 24 marzo 2026. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo, a 91 anni, se n’è andato Gino Paoli. Nella sua casa tra Nervi e Quinto al Mare, dopo un breve ricovero. Con lui se ne va uno degli ultimi grandi della canzone d’autore italiana, un uomo che ha cantato l’amore, il mare, il dolore e la vita con una voce ruvida e sincera, capace di trasformare un bordello in poesia e una spiaggia in eternità.

Nato il 23 settembre 1934 a Monfalcone, da padre ingegnere navale e madre pianista, Gino cresce a Pegli, vicino Genova. Non ama la scuola, lascia il liceo scientifico e diventa disegnatore meccanico e grafico pubblicitario. Ma la musica è già dentro: ascolta Nat King Cole, Billie Holiday, Bud Powell. A Genova frequenta la “scuola genovese” che cambierà la canzone italiana: Luigi Tenco (con cui forma i Diavoli del Rock), Fabrizio De André, Bruno Lauzi, Umberto Bindi. Nel 1959 firma con la Ricordi. I primi 45 giri (La tua mano, Senza parole) passano quasi inosservati. Poi, nel 1960, arriva La gatta, brano autobiografico che conquista l’Italia a forza di passaparola.

Il vero colpo arriva nel 1961: Il cielo in una stanza, scritta per Mina (e firmata inizialmente da un altro per problemi SIAE), diventa un inno. Paoli non è ancora iscritto alla SIAE, ma il brano vola. Partecipa a Sanremo con Un uomo vivo (in coppia con Tony Dallara). Nel 1962 molla il lavoro fisso e passa alla RCA. Il 1963 è l’anno di Sapore di sale, arrangiata da Ennio Morricone e Gato Barbieri: vince il Cantagiro, diventa un classico. Che cosa c’è e altre perle seguono. Scopre e lancia talenti: Lucio Dalla, De André, Viola Valentino. La sua penna è d’oro.

Ma la vita di Gino non è solo successi. Nel 1963, al culmine della fama, tenta il suicidio sparandosi al cuore. Il proiettile resta incapsulato nel pericardio per sempre: «Avevo tutto, ma non sentivo più nulla». Supererà anche l’alcol (dal 1961 al 1976) e incidenti, tornando più forte. Negli anni ’70 pubblica album maturi (Le due facce dell’amore, Il mio mestiere), canta in genovese Ciao, salutime un po’ Zena e dedica Ha tutte le carte in regola a Piero Ciampi. Negli ’80 torna grande con Una lunga storia d’amore (per il film con Stefania Sandrelli), poi Quattro amici vince il Festivalbar, Matto come un gatto è un altro successo. Sanremo lo rivede nel 1989 (Questa volta no) e nel 2002 (Un altro amore, terzo posto e premio per il testo). Collabora con Ornella Vanoni, Zucchero, Giorgia, Mina. Traduce Brel e Ferré. L’ultimo periodo è jazz e intimità: album con Danilo Rea, Groovin’ with Paoli. Fino all’ultimo ha scritto, suonato, vissuto.

La vita privata, gli amori intensi

Gino ha amato con la stessa passione con cui scriveva. Nel 1954 sposa Anna Fabbri: nascono in una soffitta a Boccadasse. Da lei il primogenito Giovanni, giornalista morto improvvisamente a 60 anni nel marzo 2025 per infarto – un dolore che Paoli non ha mai superato: «Un’ingiustizia atroce, doveva morire prima il padre».

Nel 1962 inizia la relazione più chiacchierata: con Stefania Sandrelli, allora minorenne (aveva 16 anni). Scandalo epocale per l’epoca, per la differenza d’età e perché Paoli era ancora sposato. Dalla loro storia nasce Amanda Sandrelli il 31 ottobre 1964, registrata con il cognome materno. Amanda diventerà attrice di talento; con il padre canterà La bella e la bestia nella versione Disney italiana. Il rapporto con Stefania resta uno dei capitoli più intensi e discussi della sua vita, ma anche uno dei più sinceri.

Negli stessi anni Sessanta una passione bruciante con Ornella Vanoni: nasce Senza fine, Anche se, Me in tutto il mondo. L’amore finisce, ma l’amicizia e la collaborazione durano decenni (tour e album insieme negli ’80 e 2000). Nel 1991 sposa Paola Penzo, autrice di alcuni suoi testi: insieme hanno tre figli – Nicolò (nato prima del matrimonio), Tommaso e Francesco – e quattro nipoti. Una famiglia numerosa, un porto sicuro dopo tante tempeste.

L’ideologia anarchica di sinistra

In realtà Gino Paoli era l’opposto: si definiva «anarchico da sempre», ereditato dal nonno materno analfabeta che sapeva a memoria Carlo Cafiero, Pietro Gori e la Divina Commedia. Nel 1987 viene eletto deputato con il Partito Comunista Italiano (poi PDS), come indipendente di sinistra (Gruppo Sinistra Indipendente). Non si è mai tesserato, ha fatto l’assessore alla Cultura ad Arenzano e ha lasciato la politica nel 1992, deluso: «Un’esperienza penosa». Diceva: «Sono un comunista del Settecento, credo che i beni del mondo e dell’intelletto non debbano essere di pochi». Comunismo e senso dello Stato, per lui, erano la stessa cosa.

Negli ultimi anni ha fatto infuriare una certa sinistra con frasi schiette: ha parlato di fascisti come «idealisti», di Mussolini come «capace e furbo», ricordando anche le pagine nere della Resistenza e le foibe nella famiglia della madre. Ma restava di sinistra nel midollo, critico verso il politicamente corretto e verso chi, secondo lui, aveva tradito quegli ideali.

Ha creato problemi nella carriera o in TV?

No. La sua musica ha continuato a volare sopra tutto. Le idee politiche non gli hanno chiuso porte: ha partecipato a Sanremo cinque volte, a Canzonissima, a programmi Rai, ha vinto premi alla carriera. La politica è stata una parentesi (1987-1992), non un ostacolo. Semmai, la sua schiettezza gli ha regalato credibilità: un artista che non ha mai finto di essere quello che non era.

Gino Paoli se n’è andato lasciando canzoni che ancora profumano di sale, di amore impossibile, di cieli che entrano nelle stanze. Un uomo che ha messo il cuore in ogni nota, anche quando quel cuore l’aveva bucato con una pallottola. Grazie, Gino. Il cielo, ora, è tutto tuo.

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