A 40 anni dal disastro di Chernobyl
di Nico Colani –
Era una notte di primavera del 1986, fresca e silenziosa come tante altre nella piccola città di Pripyat, in Ucraina. Le luci dei palazzi a nove piani brillavano lungo il viale Lenin, i ragazzi ridevano nei cortili, qualcuno ascoltava la radio con le finestre aperte. Nessuno immaginava che quella sarebbe stata l’ultima notte di una vita normale.
Nel cuore della centrale nucleare di Chernobyl, il reattore numero 4 era al centro di un esperimento. Doveva essere un test di sicurezza: spegnere i sistemi di emergenza per vedere come si comportava la turbina in caso di blackout. Ma qualcosa andò storto. Terribilmente storto.
Alle 01:23 del 26 aprile, un improvviso picco di potenza fece esplodere il nucleo del reattore. Non fu una bomba, fu peggio: una reazione a catena incontrollata che sollevò il coperchio di 2.000 tonnellate della vasca come fosse un tappo di sughero. Una colonna di fiamme e grafite radioattiva si alzò nel cielo, visibile per chilometri. Il tetto del reattore era sparito. Il fuoco bruciava a migliaia di gradi.
I primi a correre furono i pompieri di Pripyat. Arrivarono in pochi minuti, senza tute protettive, solo caschi e giacche. Versarono acqua sulle fiamme, ignari che quella nuvola nera che respiravano stava già uccidendoli. Uno di loro, il tenente Vladimir Pravik, disse ai suoi uomini: «Ragazzi, dobbiamo spegnerlo. È il nostro dovere». Morirono tutti nei giorni seguenti, tra dolori atroci e pelle che si staccava come carta bruciata.
La mattina dopo, la vita in città sembrava quasi normale. I bambini andavano a scuola, le mamme facevano la spesa, gli operai tornavano dal turno di notte. Ma già l’aria sapeva di metallo, e le dosi di radiazioni superavano di centinaia di volte i limiti sicuri. Solo nel pomeriggio del 27 aprile arrivò l’ordine di evacuazione. «Prendete solo documenti e vestiti per tre giorni». La gente uscì lasciando tutto: piatti sul tavolo, giocattoli per terra, foto di famiglia appese al muro. 49.000 persone furono portate via in autobus. Non sarebbero mai più tornate.
Per spegnere l’incendio e sigillare il reattore, arrivarono centinaia di migliaia di “liquidatori”: minatori, soldati, operai, camionisti. Lavoravano a turni di pochi minuti per non superare la dose letale. Scavavano tunnel sotto il reattore, gettavano sacchi di sabbia dall’alto con gli elicotteri, costruivano un sarcofago di cemento. Molti di loro non sapevano nemmeno di essere eroi. Sapevano solo che bisognava fermare quella cosa.
La nube radioattiva viaggiò con il vento: prima verso la Bielorussia, poi la Scandinavia, poi l’Europa intera. In Italia piovve cesio-137 sui prati della Lombardia e del Piemonte. Nessuno lo disse subito. Il mondo seppe solo quando la Svezia rilevò radiazioni anomale nella sua centrale di Forsmark e capì che non veniva da casa loro.
Oggi, 26 aprile 2026, sono passati esattamente quarant’anni.
La zona di esclusione è diventata un luogo surreale. Pripyat è una città fantasma: le scuole con i banchi ancora al loro posto, la ruota panoramica arrugginita che non ha mai girato per la festa del Primo Maggio, i manifesti sbiaditi che promettevano «Il comunismo vincerà». I lupi e i cinghiali vivono tra i palazzi. Le betulle crescono sui tetti. La natura ha ripreso tutto, ma la radioattività rimane, silenziosa, invisibile.
Il sarcofago nuovo, la grande cupola d’acciaio finita nel 2016, copre ancora il mostro. Dentro, il reattore numero 4 dorme il suo sonno radioattivo. Ci vorranno migliaia di anni prima che sia innocuo.
Ma la vera storia di Chernobyl non è solo l’errore umano, la bugia del potere o la nuvola che attraversò l’Europa. È la storia di uomini normali che, quando il cielo si incendiò, non fuggirono. Andarono verso il fuoco. Pompieri, liquidatori, scienziati, medici. Gente che sapeva di morire ma lo fece lo stesso.
Quarant’anni dopo, la lezione rimane semplice e dura: la tecnologia più potente del mondo, senza umiltà e senza controlli, può diventare il più grande nemico dell’uomo. Ma anche che, di fronte al disastro, l’essere umano è capace della cosa più bella e più terribile: sacrificarsi per gli altri.
E mentre il vento soffia ancora tra le foglie delle betulle di Pripyat, noi ricordiamo. Non per paura. Ma perché chi dimentica la storia è condannato a ripeterla.
Che il 40º anniversario, Chernobyl serva da lezione per scongiurare dei disastri per l’umanità.
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